Nude…si muore

Facciamo un salto al 1968, con il giallo Nude…si muore di Antonio Margheriti (qui accreditato con lo pseudonimo di Anthony Dawson). Siamo di fronte a un “classicone” del filone thriller, quello del misterioso assassino che si aggira in un collegio femminile: tale peculiarità risulta diffusissima sia tra le pellicole nostrane, che tra quelle statunitensi, soprattutto nel corso degli anni Ottanta e Novanta.

La trama è presto delineata: una donna viene affogata nella vasca da bagno e il suo corpo rinchiuso in un baule e spedito. Lo stesso baule lo ritroviamo su un camioncino in Costa Azzurra, diretto all’esclusivo St. Hilda College; nel camioncino si trovano la signorina Martin (Ester Masing) insegnante del collegio, Richard Barrett (Mark Damon) maestro di equitazione, il signor De Brazzi (Giovanni Di Benedetto) istruttore di immersioni subacquee, il giardiniere del collegio La Foret (Luciano Pigozzi) e la nuova docente di scienze, la signora Clay (Ludmilla Lvova). Giunti al collegio, il baule viene a fatica scaricato e lasciato in cantina, senza essere reclamato da nessuno.

Nel frattempo si definiscono le dinamiche dei personaggi: la signora Clay e il signor De Brazzi sono i due nuovi arrivati, accolti dalla formale direttrice, signorina Transfield (Vivian Stapleton); Richard è il più giovane e aitante docente del collegio, nonché oggetto del desiderio di due allieve, la bionda Betty Ann (Caterina Trentini) e la dolce Lucille (Eleonora Brown), che intrattiene con l’uomo una relazione clandestina; infine c’è l’ambiguo La Foret, giardiniere, che vive appartato in una casetta nel parco. Tra le poche ragazze rimaste nel collegio durante l’estate, spicca la vivace Jill (Sally Smith), curiosa e appassionata di polizieschi. Ben presto la quiete apparente del bellissimo collegio viene incrinata dalla scomparsa di Betty Ann, dando vita ad una serie di inquietanti delitti. Tutto si svolge all’interno del convitto e dell’immenso parco, dando vita ad una sorta di eliminazione a scalare dei vari personaggi.

Antonio Margheriti confeziona un thriller godibile, con atmosfera da giallo-rosa e momenti di comicità (forse, a tratti, involontaria), creando una vicenda abbastanza scorrevole, anche se a volte risulta esile e poco plausibile, ad esempio quando le ragazze riescono a vagare indisturbate per il collegio nonostante il presunto e continuo controllo della polizia. Al di là di alcune deficit, il regista mostra la bravura tecnica con ottime sequenze, una colorata fotografia e una notevole ambientazione: siamo nel pieno delle atmosfere anni Sessanta, delle pettinature cotonate, dei colori sgargianti e del candido erotismo. La sensazione che può suscitare questa pellicola è quella di una sorta di pop-vezzoso che, di certo, annoierà gli appassionati di gialli truculenti e tensivi; in questo caso il risultato è a tratti ingenuo, ma è opportuno contestualizzarlo, poiché dal punto di vista del sangue e dell’eros non si poteva osare più di tanto.

Il cast è per lo più anonimo e scialbo, fatta eccezione per il sempre aitante Mark Damon, l’ottimo Michael Rennie nei panni dell’ispettore di polizia e il caratterista Luciano Pigozzi, il cui volto ha punteggiato numerosissimi film dell’età d’oro del giallo all’italiana.

Tuttavia Margheriti fa intravedere la propria bravura, come nella sequenza della scala che porta in cantina, nella quale esprime la vena gotica che ha sempre caratterizzato le proprie pellicole; oppure nelle inquadrature di particolari, come i guanti neri che diventeranno elemento centrale di moltissimi thriller e horror. Si colgono legami con Mario Bava, al quale il film era stato inizialmente affidato prima che si dedicasse completamente alla realizzazione di Diabolik, come la serialità dei delitti ai danni di giovani donne o la figura dell’assassino “guantato”.

Nude…si muore non è un capolavoro, ma un film leggero e scorrevole per trascorrere un paio d’ore e divertirsi a indovinare il colpevole (chi lo ha capito già nella prima parte?), come se stessimo giocando a Cluedo! E Antonio Margheriti ci dimostra, ancora una volta e a prescindere dal contenuto, cosa vuol dire realmente fare il regista.

 

Buona scoperta!

 

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L’etrusco uccide ancora

Rimaniamo nella prima metà degli anni Settanta per un’incursione in un thriller piuttosto ben fatto, da molti estimatori del genere considerato un cult del giallo all’italiana: L’etrusco uccide ancora di Armando Crispino.

La trama è piuttosto semplice: nella zona di Spoleto, tra le prove di uno spettacolo per il Festival dei Due Mondi e una spedizione nell’area archeologica, si aggira un misterioso assassino che detiene la particolarità di uccidere le proprie vittime secondo il rito di Tuchulcha, dio etrusco della morte.

Inizialmente il colpevole perfetto sembra essere il professor Jason Porter (Alex Cord), un archeologo alcolista ancora perdutamente innamorato della sua ex fidanzata, Myra Shelton (Samantha Eggar), ora compagna dell’anziano e burbero direttore d’orchestra Nikos Samarakis (John Marley) che vive proprio nei pressi degli scavi; i due uomini sono come gane e gatto e la giovane donna si ritrova al centro di due mondi, da un lato l’amore passionale e burrascoso con l’archeologo e, dall’altro, la convivenza tranquilla e piena di agi con l’adorante John. Attorno a questo trio si snodano numerosi personaggi, dalla fedele segretaria del musicista, Irene (Daniela Surina), all’eccentrico coreografo Stephen (Horst Frank), dal giovane Igor Samarakis (Carlo De Mejo) fino ad arrivare al commissario Giuranna (Enzo Tarascia); quest’ultimo sembra sempre sul punto di risolvere il caso ma ecco arrivare un altro spaventoso delitto e l’indagine ricomincia da capo.

Tra le qualità di questa pellicola vi è senza dubbio una certa originalità, a partire dall’ambientazione poiché molto si è realizzato in riferimento alla divinità egizie o ai riti voodoo ma nulla (che io sappia) sul mondo degli etruschi. Le riprese sono realizzate in luoghi notevoli, che permettono allo spettatore di godere anche della bellezza degli scorci di Spoleto, delle campagne di Cerveteri e della storia di Tarquinia: proprio in questa cornice così inusuale si snodano gli efferati omicidi che vedono sempre tra le vittime coppie di amanti. Il legame tra il sesso e l’omicidio è spesso presente nei gialli all’italiana di quegli anni e in questo caso assume una valenza ancora più significativa, che si esplicherà nel finale.

Ciò che ho apprezzato di questo film è proprio la serie articolata di colpi di scena che portano lo spettatore a sospettare di tutti i personaggi, senza riuscire ad intuire il vero colpevole (io almeno non ci sono riuscita!). Un altro elemento interessante è l’aspetto musicale, qui presente in versione duplice, con la colonna sonora realizzata da Riz Ortolani e il particolare del registratore che viene azionato dall’assassino quando sta per colpire, con un frammento del Requiem di Giuseppe Verdi. C’è da sottolineare come la recitazione non sia eccezionale ma il regista riesce sapientemente a distogliere l’attenzione non lasciando troppo respiro tra un’azione e un’altra; notevole è la scena dell’inseguimento tra le auto nei vicoli di Spoleto, con una dinamicità caratteristica dei migliori poliziotteschi all’italiana. Crispino dimostra, quindi, una certa abilità nella messa in scena e nella scelta dell’ambientazione, rafforzando una trama a tratti non sempre lineare riuscendo così a realizzare un buon film, tensivo e pauroso al punto giusto.

Un’ultima osservazione, rivolta a chi leggerà questo articolo: notate qualche analogia con Profondo Rosso di Dario Argento (per la cronaca L’etrusco uccide ancora è del 1972, mentre il film argentiano è del 1975) ? Agli spettatori l’ardua sentenza!

Perché quelle strane gocce di sangue sul corpo di Jennifer?

Per recuperare i mesi perduti senza un’attesissima (!) recensione, riprendo la serie con una nuova incursione nel giallo anni ’70 con Perché quelle strane gocce di sangue sul corpo di Jennifer? del 1972. Dietro l’anglosassone pseudonimo di Anthony Ascot troviamo la regia di Giuliano Carnimeo, regista pugliese scomparso lo scorso anno.

La vicenda delinea una serie di truculenti omicidi ai danni di belle donne perpetrati in un condominio (o nelle vicinanze di esso) da un misterioso assassino: la trama, pertanto, ricalca perfettamente gli stilemi del thriller all’italiana di quegli anni, ossia la presenza del maniaco omicida e la componente femminile. Protagonista è una luminosa Edwige Fenech nel ruolo di Jennifer, la quale in questo film dimostra un livello attoriale notevole, poco rivelato nella maggior parte della sua filmografia; Jennifer è una bellissima modella che, insieme alla collega Marylin (Paola Quattrini), va a vivere nel palazzo dove poco prima sono state assassinate brutalmente due donne, prima una ragazza squillo poi una seducente ballerina di colore. Attraverso alcuni flashback si capisce che Jennifer cerca di rifarsi una vita dopo un matrimonio con un uomo violento che l’ha coinvolta in un turbine di orge e droga e che, ancora, la assilla; nel frattempo la bella modella conosce Andrea (George Hilton), aitante playboy, il quale si dimostra subito fortemente interessato e premuroso. Accanto al nucleo centrale di questi personaggi, ruotano anche le figure dei condomini: un’anziana e arcigna signora, un vecchio professore amante del violino e la figlia di quest’ultimo.

Con queste premesse il film potrebbe apparire come un’accozzaglia di elementi tipici della peggiore tradizione di genere, tuttavia il regista riesce a dosarli sapientemente, poiché qui non è importante la plausibilità della trama (quale giovane donna andrebbe ad abitare in un condominio che brulica di giovani assassinate?!) ma lo stile e la tensione, che comunque permangono per tutto il film.

Notevole è infatti la scena del primo omicidio, che avviene in ascensore, nella quale Carnimeo dimostra tutta la sua padronanza del mestiere, non lasciando quasi tempo allo spettatore di accorgersi dell’omicidio. Non è un caso che tale sequenza venga spesso accostata a quella di Vestito per uccidere, thriller del 1981 di Brian De Palma, segno del fatto che il giallo all’italiana viene probabilmente apprezzato nell’immediato più all’estero che in Italia e che, appunto, molti spunti del nostro cinema di genere sono stati raccolti successivamente dai grandi registi statunitensi.

Inoltre, la fotografia è di grande livello e le riprese non risultano mai sciatte e scontate; i numerosi centimetri di pelle delle protagoniste soddisfano la tendenza dell’epoca e l’ambientazione cupa fa si che il risultato finale risulti godibile e ben fatto. Aggiungo, infine, la presenza dei buoni comprimari quali Giampiero Albertini nel ruolo di un disincantato commissario di polizia, Oreste Lionello nei panni del fotografo, Annabella Incontrera che impersona l’enigmatica figlia del professore e il caratterista Luciano Pigozzi, qui interprete del proprietario del night.

Se siete appassionati delle atmosfere cupe, della suspence e delle belle donne, questo film fa per voi!

 

 

La ragazza che sapeva troppo

Inauguro l’inizio del nuovo anno con un bianco e nero d’autore, La ragazza che sapeva troppo di Mario Bava del 1963.

Il nome del regista è già un garanzia: tra gli antesignani dell’horror e del thriller all’italiana, Mario Bava dimostra come l’ingegno e la maestria tecnica possano ovviare alla mancanza di budget faraonici e ai colpi della censura. Per non cedere alla tentazione di dilungarmi troppo su Bava (che è uno dei cineasti che amo di più), mi addentro nel film in questione.

La giovane e bella Nora (interpretata dalla meteora Leticia Roman) è una statunitense in vacanza a Roma, ma fin dal viaggio in aereo le cose sembrano prendere una strana piega: il passeggero vicino, che poi verrà arrestato all’atterraggio per spaccio di droga, insiste per offrirle una sigaretta. Inoltre l’anziana donna, amica di famiglia che dovrà ospitarla, muore la stessa notte del suo arrivo; in questa sfortunata circostanza Nora conosce Marcello (John Saxon), un giovane e gentile medico il quale si mostra subito galantemente interessato alla ragazza. Proprio quella notte, infatti, Nora, nel tentativo di cercare aiuto per l’anziana donna, si ritrova sola nella notte di Roma e, casualmente, vede una donna trascinarsi per la scalinata di Trinità dei Monti, trafitta da un pugnale. La giovane turista sviene per lo choc e, una volta portata in ospedale, tenta invano di spiegare quello che ha visto: nessuno le crede, nessun corpo è stato ritrovato, probabilmente si è trattato di una brutta allucinazione. Ma la testarda Nora, divoratrice di libri gialli, decide di saperne di più e aiutata dal fedele Marcello si ritrova invischiata in una storia inquietante, e fortemente pericolosa.

La peculiarità di questa pellicola si ravvisa già nell’ambientazione: Roma, la città eterna, da sempre location privilegiata di moltissimi film, qui appare oscura e misteriosa. Il regista gioca su continui chiaroscuri e dipana al massimo la propria padronanza della fotografia…uno spettacolo per gli occhi!

Inoltre è difficile classificare questo film…thriller, commedia noir, giallo? Forse tutte le opzioni, perché lo spettatore si ritrova a passare rapidamente dalle atmosfere inquietanti del thriller ai tocchi romantici della liason amorosa tra i due protagonisti. Un caso piuttosto atipico nel cinema italiano dell’epoca e forse non il capolavoro del maestro Bava, ma sicuramente una pellicola godibile e ricca di spunti. Spunti per il cinema di genere a venire, proprio perché vengono inseriti numerosi elementi che diventeranno fissi nel cinema giallo all’italiana: la commistione tra thriller e romanticismo, oggetti come il telefono e il registratore quali strumenti di terrore e scoperta, la follia mentale dell’assassino etc.

Potrei continuare ancora a lungo proprio per il grande amore che nutro verso Mario Bava (sul quale ritorneremo), ma mi limito a suggerire questa piccola chicca del cinema italiano, non svelando il (geniale) interrogativo finale che anche lo spettatore si porrà.

 

Buona visione!

 

 

 

Chi l’ha vista morire?

Eccomi tornata con un thriller fortemente amato dagli appassionati del giallo all’italiana, Chi l’ha vista morire? di Aldo Lado del 1972.

Il film è ambientato in una Venezia regale e misteriosa, ripresa in modo splendido dal regista, con un grande gusto dei particolari (volti, spazi, oggetti…).

La vicenda è tra le più diffuse dell’universo dei thriller: un misterioso maniaco uccide brutalmente delle bambine, accomunate tra di loro dal fatto di avere i capelli rossi. Parlando dell’idea di partenza il regista caratterizza fin dalla prima sequenza (ambientata sulle montagne francesi…alla fine si capirà perché) la figura dell’omicida, con la soggettiva dello stesso (o stessa) che osserva la vittima designata attraverso una veletta di pizzo; altro dettaglio onnipresente nei delitti è quello degli stivaletti da donna indossati dal misterioso assassino, che rimandano ad un abbigliamento femminile quasi ottocentesco, o quantomeno anacronistico.

La piccola protagonista è una “veterana” del cinema giallo italiano, Nicoletta Elmi, qui nel ruolo della figlia di Franco Serpieri (interpretato dal baffuto George Lazenby) che va a trovare il padre, scultore, nella città lagunare. A differenza di altre pellicole, qui la piccola Elmi abbandona il personaggio della bambina malefica ed inquietante, per lasciare spazio all’innocenza e alla malinconia pure.

Da sottolineare la presenza del bravissimo Adolfo Celi nei panni dell’ambiguo Serafian, oltre all’inquietante Josè Quaglio e un giovane Alessandro Haber; la componente femminile è ben rappresentata dalla sexy Dominique Boschero e dalla bellissima Anita Strindberg. Quest’ultima interpreta la madre della piccola Elmi, in crisi con il marito artista e lo splendore del suo volto viene giustamente enfatizzato da numerosi primi piani che ne colgono, oltre all’indiscutibile fascino, un lieve tocco di tristezza.

Questo film certamente si inserisce nel filone dei gialli dell’epoca, con la figura del maniaco e alcune estemporanee scene erotiche; qua e là si colgono delle cadute nella coerenza degli avvenimenti e nella tenuta della sceneggiatura, tuttavia Aldo Lado realizza un thriller godibile, a tratti inconsueto per la tipologia di alcuni personaggi (il padre della piccola dimostra una tenerezza poco comune nelle pellicole”gialle”). L’improbabilità di alcune sequenze viene comunque superata dalla maestria tecnica: solo l’ambientazione merita già una visione!

Ultimo elemento, non marginale, è la colonna sonora di Ennio Morricone il quale confeziona ad hoc il momento musicale ogni volta che compare l’assassino, nonché la disturbante filastrocca infantile “Chi l’ha vista morire” che, vi assicuro, vi rimarrà impressa nella mente a lungo dopo la visione del film!

Buon giallo 🙂

 

 

 

 

Black Christmas

Dal momento che è appena trascorso Ferragosto, ho pensato bene di parlare di un film ambientato durante il periodo natalizio, Black Christmas (Un Natale rosso sangue). La pellicola è del 1974 e il regista è Bob Clark; nel 2006 viene realizzato un remake ma, personalmente, non lo ritengo degno di nota. Di tutt’altra opinione sono nei confronti dell’originale, uno dei film horror più spaventosi e agghiaccianti che abbia mai guardato; se siete appassionati di splatter estremi, però, probabilmente vi ritroverete delusi in quanto certamente la componente violenta e sanguinaria è presente ma non così accentuata.

La trama è tra le più semplici (e che diventerà fortemente inflazionata nel cinema horror a seguire, in particolare in quello statunitense): in un convitto femminile di studentesse si aggira un misterioso assassino. La particolarità è che l’omicida vive proprio nello stesso luogo, in soffitta, senza che nessuno ne abbia mai sospettato l’esistenza; il film si rivela appassionante proprio perché nessun personaggio, fino alla fine, comprende che il killer è un “co-inquilino” delle possibili vittime. Ma l’elemento che mi ha trasmesso più paura (se non terrore) è quello delle telefonate che le protagoniste continuano a ricevere nel corso di tutta la vicenda: cambi di voce improvvisi, deliri, oscenità…consiglio di vedere il film in lingua originale, dopo quelle telefonate avrete paura a rispondere al vostro telefono di casa!

A ciò aggiungiamo la presenza della bellissima e giovanissima Olivia Hussey, nel ruolo della protagonista Jess e del mitico John Saxon, attore statunitense molto attivo nel cinema di genere italiano degli anni sessanta e settanta.

Inoltre, l’andamento degli avvenimenti è gestito in modo sapiente, con soggettive dell’assassino e una sorta di senso di claustrofobia, poiché quasi tutto il film si svolge all’interno del convitto (che ospita soltanto una decina di ragazze), favorendo la sensazione di trovarsi in un luogo sicuro, una casa, che fin da subito non si rivelerà tale.

Magistrali risultano poi moltissime sequenze, come quella dell’assassinio di una ragazza che dorme nella sua camera, mentre al piano di sotto la protagonista Jess ascolta intenerita i canti di Natale di un gruppo di bambini sulla soglia della porta, incurante del massacro che si sta compiendo al piano di sopra; oppure l’incipit del film, con la soggettiva dell’assassino che rientra in soffitta, mentre nella casa è in corso una festa per salutarsi in vista delle vacanze natalizie.

Questo film lo considero una vera e propria “chicca” non solo del filone horror, ma del cinema in generale, poiché la qualità e la costruzione della tensione ne conferiscono originalità e denotano l’abilità tecnica, nonché la validità della sceneggiatura. Inoltre, apprezzo enormemente il ritmo presente in tutta la pellicola, che agli occhi di molti fruitori di alcuni horror di oggi potrebbe apparire lento e, a tratti, noioso: in realtà, questo climax e questa variazione di tensione permettono di gustarsi appieno il senso di ansia ed inquietudine e di voler rimanere incollati allo schermo per scoprire come andrà a finire.

Scopritelo anche voi!

Passione…macabra

Nell’afa e nella quiete estiva in città, ho deciso di creare un mio spazio dove poter scrivere. C’è da dire che la noia ha avuto un bel ruolo in tutto ciò ma, in fondo, al giorno d’oggi chiunque scrive o si traveste da esperto di qualunque argomento; io voglio solo scrivere e dare forma a quello che mi piace, senza alcun tipo di velleità.

Ma veniamo al sodo: Passione …macabra? Niente che abbia a che vedere con necrofilia o simili 🙂 ma un banale gioco di parole che si riferisce a un film, Danza macabra, pellicola gotica di Antonio Margheriti della prima metà degli anni ’60. Mi è capitato di guardarlo per caso anni fa mentre vagavo nei meandri di Internet alla ricerca di film horror: questa fascinazione mi è sempre appartenuta e non la so spiegare. Probabilmente è anche stupido cercare di spiegarla, ce l’hai e basta; l’aspetto divertente è che i film del terrore hanno spesso sortito il loro effetto su di me, con le classiche conseguenze di mani sugli occhi, luci accese, sguardi furtivi alla ricerca di eventuali minacce.

In particolare, la mia curiosità si è sempre diretta verso pellicole in bianco nero o degli anni Settanta…forse i colori, le atmosfere, il magnetismo di alcuni attrici…chissà. Fatto sta che Danza macabra mi ha fatto subito uno strano effetto: inquietudine, straniamento e anche una certa ilarità per il legame amoroso tra morti e vivi (la vicenda non la racconto, il film si può reperire e merita comunque la visione). E poi c’è lei, Barbara Steele, regina del gotico italiano, attrice di una bellezza magnetica e conturbante: occhi spiritati, corpo sinuoso, capelli corvini…una delizia per gli amanti del mondo dark.

Questo film, in sintesi, al di là di considerazioni specifiche sulla sua qualità, mi ha aperto la strada della ricerca di film horror e thriller (soprattutto italiani) un pò relegati al passato; ho scoperto un universo variopinto e meraviglioso di registi, attori e pellicole che voglio continuare ad esplorare. Nei prossimi articoli cercherò di raccontare questo viaggio appassionante e ricco di sorprese.

Buona visione!